
Artista “Top Selection” del nuovo Annuario Internazionale d’Arte Contemporanea “Artisti 26” presentato al Museo d’Arte e Design di New York (MAD) l’11 aprile 2026. Progetto espositivo e divulgativo 2026 presente alla Fiera d’Arte di Genova, alla Fiera di Padova e al Museo d’Arte e Design di New York.
INTERVISTA A cura di Sandro Serradifalco
Riservata ad ARTISTI ’26 – TOP SELECTION
- Quando e come hai compreso che l’arte sarebbe stata una parte centrale della tua vita?
L’ho compreso sin dall’infanzia, quasi per osmosi. Essendo cresciuta nella bottega di mio padre
— falegname, pittore e restauratore — l’arte non è stata una scelta, ma una dimensione naturale e vitale. Pulire i pennelli e aiutarlo nei piccoli interventi mi ha fatto capire precocemente che quell’eredità era già dentro di me. - Qual è stato il tuo primo incontro significativo con l’arte, quello che ti ha segnato maggiormente?
Più che un singolo incontro, è stata un’atmosfera: osservare le grandi idee di mio padre e le statue da restaurare che prendevano vita sotto i suoi occhi. A questo si aggiunge l’influenza del mio paese d’origine, Barumini, un luogo permeato di testimonianze ancestrali che hanno alimentato la mia curiosità nel voler scoprire i segreti della realtà. - In che modo la tua formazione ha influenzato il tuo linguaggio artistico?
La mia formazione è stata una conquista sofferta. Gli ostacoli economici mi hanno insegnato il valore del sacrificio. Tuttavia, gli studi artistici, liceo e Accademia con l’incontro di docenti grandi maestri sono stati fondamentali per maturare un linguaggio che oggi unisce la tecnica alla riflessione teorica, trasformando la mia arte in una missione di condivisione. - Quali sono i temi principali che attraversano la tua ricerca artistica?
Al centro della mia ricerca ci sono lo spazio e il tempo, indagati attraverso quello che definisco Spazialismo Quantico. Esploro il concetto di multiverso, le stratificazioni dell’esistenza, la spiritualità e la ricerca di un “Nuovo Umanesimo” che rimetta l’uomo in equilibrio con il pianeta. - Che ruolo ha l’esperienza personale nel tuo processo creativo?
Un ruolo determinante. Il mio percorso è segnato da ferite e perdite. Uso il mio vissuto come un microcosmo per esplorare dubbi universali: le cicatrici sulle mie tele sono il riflesso delle ferite dell’anima, segni che ci identificano e che diventano portali verso l’altrove. - Come nasce solitamente un’opera: da un’idea concettuale, da un’emozione o da una necessità espressiva?
Nasce da un’urgenza interiore che diventa razionale. Spesso è preceduta dal silenzio e dalla poesia. Può scaturire da una sensazione tragica o premonitrice — come il mio “periodo nero” prima della pandemia — o da una ricerca scientifica e filosofica che cerca di dare forma all’ignoto. - Quanto conta per te la tecnica rispetto al contenuto dell’opera?
La tecnica è lo strumento necessario per materializzare il concetto. Prediligo uno stile minimale e concettuale perché permette al messaggio di emergere con forza. Senza un contenuto profondo, la tecnica sarebbe solo esercizio; nel mio lavoro, la sovrapposizione delle tele e i tagli sono funzionali a rappresentare la complessità del reale. - Come scegli i materiali, i soggetti o i linguaggi che utilizzi nel tuo lavoro?
Scelgo linguaggi che permettano di superare la bidimensionalità. Utilizzo tele sovrapposte per rappresentare la stratificazione del tempo e tagli che evocano i “wormhole” della fisica quantistica. Uso prevalentemente il bianco e il nero per rappresentare la dualità (Yin e Yang), mentre il colore interviene per esprimere specifiche emozioni o simboli. - In che modo il tempo e la società contemporanea influenzano la tua produzione artistica?
L’artista è un’antenna che filtra la realtà. Oggi viviamo in un mondo frammentato da conflitti e incertezze. La mia arte risponde a questa crisi cercando di recuperare l’interiorità e i valori umani, proponendo una visione di vita fatta di infiniti spazi per contrastare la perdita di senso della società contemporanea. - C’è un’opera che consideri particolarmente rappresentativa del tuo percorso e perché?
Direi alcune, quelle che segnano un evoluzione o cambio di prospettiva della mia ricerca: Qubit: in essa si concentra la mia volontà di superare lo Spazialismo di Fontana. Rappresenta l’unità di informazione quantistica e la possibilità di stati sovrapposti; è un modulo che allude all’infinito e alla complessità del tutto attraverso la ripetizione, un concetto caro anche a Giulio Paolini. Con Singolarità voglio superare ulteriormente la mia stessa ricerca artistica che esplora, a livello concettuale ed estetico, lo spazio e il tempo multidimensionali, per andare oltre a quello che viene definito l’orizzonte degli eventi, la Singolarità, il punto critico, il punto di rottura, il punto di non ritorno che si apre all’infinito e all’ignoto. The Portal 369 hz Tesla: in quest’opera la ricerca diventa spazio spirituale e interiore, attraverso il linguaggio dell’arte trovare risposte su cos’è la o le diverse realtà, sulla nostra esistenza e sul vero senso della vita. - Quali artisti o movimenti hanno avuto un’influenza determinante sulla tua ricerca?
“La mia ricerca è un dialogo aperto con la storia dell’arte, che considero una fonte inesauribile, ma filtrata dalla sensibilità del nostro presente. Il mio riferimento cardine è lo Spazialismo di Lucio Fontana, che io evolvo in una chiave ‘quantistica’, trasformando il taglio in un portale verso il Multiverso.
A livello formale, il quadrato è la mia unità di misura: ne traggo la forza sonora da Kandinskij e la struttura modulare dai grandi del Minimalismo (come LeWitt e Judd) e dell’Arte Programmata (Mari e Munari). Tuttavia, mi distanzio dalla loro freddezza razionale: il mio quadrato è umile e artigianale, fatto di legno, tele e cuciture, più vicino alla sensibilità materica di Pino Pinelli. Infine, l’idea di ripetizione dell’identico per alludere all’infinito mi lega il concettualismo di Giulio Paolini, mentre la mia etica del lavoro è profondamente radicata negli insegnamenti diretti dei miei maestri Foiso Fois, Pinuccio Sciola, Enzo Orti e Giandomenico Semeraro.” - Che tipo di dialogo desideri instaurare con l’osservatore?
Desidero un’interazione profonda e silenziosa. Le mie opere sono specchi e mappe: voglio che l’osservatore, varcando il “portale” della tela, intraprenda un proprio viaggio introspettivo, trovando risposte personali alle domande universali: “Chi siamo? Dove stiamo andando?”.